Dopo il sapiens sapiens

Vi leggo, sui social, sui gruppi, sulle community, e vedo nei vostri scritti una parte di me, anzi tante parti di me; ugualmente vi ascolto al bar, nei luoghi pubblici, nelle piazze, nei bus e nei treni, e mi rivedo nel vostro parlare e nel vostro ragionare. In alcuni di voi rivedo le mie paure e le mie insicurezze, in altri constato un comune sentimento di disagio e di disadattamento avverso molte di queste misure anti-pandemia, con pochi, purtroppo, condivido pienamente un senso di soffocamento e di ribellione. A volerla estrinsecare pienamente, questa espressione letterale, ‘tante parti di me’ e a volerla manifestare in tutta la sua pienezza, non mi resta che scrivere che siamo tutti coinvolti, tutti legati gli uni agli altri. Non sto parlando di legati in termini di connessioni virtuali, connessione che definisco sempre piú disumana; mi riferisco ad una unità di intenti e di sentimenti che ci impongono, oramai, in maniera sempre piú irrinunciabile, almeno a quella fetta dell’umanità che li percepisce, un obiettivo irrazionale ma non per questo folle oppure al di fuori della logica. Questa urgenza ci spinge a creare nuovi paradigmi al di fuori dei soliti schemi, per ció la definisco irrazionale, al di fuori, cioé, delle dinamiche volgarmente utilitaristiche tipiche dei ripetuti ignobili consumati processi mentali. Abbiamo bisogno di produrre un pensiero (o energia, che è poi la stessa cosa), che trasformi questa realtà degli opposti, in cui le forze distrutttici vorrebbero annichilirci, in una realtà altra. Desidero che ognuno di noi arrivasse alla consapevolezza che uscire dal contraddittorio del dualismo storico, liberismo contro comunismo, capitalismo contro decrescita felice, consumismo contro ecologismo, in questo periodo di palese e di cruda evidenza di nichilismo culturale, sia un passo necessario, non una delle tante possibilità, ma il passo necessario e indispensabile, al fine di “vedere” la lotta, lí fuori, nel mondo, tra quel che consideriamo il bene (che difendiamo, essendo noi guerrieri della luce, giustamente) e quello che consideriamo il male (cioè l’altro da noi), sia solo l’estremo tentativo per trascinarci in una dimensione di violenza fraticidia. Questa lotta ha il suo unico scopo di rendere noi, guerrieri della luce, combattenti rancorosi e odiatori quanto lo sono i nostri avversari, siano essi cattivi politici, speculatori della finanza o il vicino della porta accanto. È fondamentale “vedere” questa matrix e porsene fuori. Il guerriero della luce non puó e non deve usare le armi del nemico (odio, rancore, rabbia) ma farsi scudo e armarsi con la potenza della luce, appunto. Io sono il primo a cadere in questa tentazione, quella di reagire alla rabbia con la rabbia, per via del mio carattere focoso, combattivo, ribelle, e per questo motivo sto qui a scrivere. Sento che esiste una terza via, quella in cui si cammina nella luce, e avverso alla luce nessuna forza malefica puó avere la meglio: questa terza via prende il nome di Amore. Non possiamo far cadere questa parole nel vuoto della consuetudine o di un mentalismo che considera ogni tentativo e impegno a migliorarsi come un atto inutile, ingenuo, improduttivo. Tra l’altro, cosa che molti ignorano, ma su cui molti, filosofi come anche santi, hanno  investito, esiste in natura un movimento che procede di per sé verso il bene, il buono e il bello: l’uomo ne fa parte, volente o nolente. Dietro questo tentativo denigrante e sprezzante c’è, chiaramente, la paura di non riuscirci; questo timore circola, come uno spettro, specie tra coloro che addirittura deridono chi crede e chi sogna un mondo migliore. Ogni reazione alle offese, che ognuno di noi, nel suo piccolo sta ricevendo, e per le quali sta soffrendo, se ci pensate bene, è comunque una reazione di paura; paura di perdere la libertà, l’identità, la famiglia, gli ideali per i quali abbiamo vissuto e per i quali stiamo vivendo, i nostri affetti, il nostro lavoro, i nostri sforzi, e soprattutto i nostri sogni. Questa paura è piú che giustificata, piú che dovuta, ma, il suo perpetrarsi non fa altro che invischiarci sempre piú nelle maglie di questa lotta, il cui unico e inevitabile fine è l’autodistruzione di tutte le forze coinvolte.

Non è la prima volta che lancio questo  messaggio, o questo tipo di messaggio, probabilmente, come sempre, scrivo innanzitutto per me. Il passo da fare, ora, è inevitabilmente questo: agire in nome e per conto di una forza superiore, di quella forza superiore, quella da cui tutto, umanità, realtà, materia, viene emanato. Non si tratta, qui, di salvare noi stessi o la nostra vita, ma il progetto per cui la vita stessa esiste e che, forse, è lo scopo primo e ultimo di quella forza o energia superiore. Noi possiamo partecipare con un sentimento misto di umilità e di orgoglio, alla salvaguardia di questo progetto universale, considerando che, in tutti i casi, tale progetto proseguirà anche senza il nostro miserabile contributo; pensare  il contrario sarebbe solo un atto di superbia, pari solo a quello compiuto dal primo angelo ribelle. Ogni nostra azione dovrebbe essere alimentata dall’amore per questo progetto, il cui senso non ci sarà mai abbastanza chiaro finché la paura occuperà anche un solo piccolissimo spazio della nostra vita. Non si tratta, qui, di deporre le armi, ma di posare quelle che il sistema, in antitesi al disegno della divina creazione, vorrebbe che usassimo: il guardare per spiare, l’informarsi per controllare, fingere sincerità mentre si è solo opportunisti, farsi paladini dei falsi ideali che i media stanno inculcando mentre si è dichiaratamente collaborazionisti. Tutte queste modalità vanno considerate abbiette, insulse, disumane e psicologicamente destabilizzanti. Esse incutono il sospetto verso i propri fratelli, i propri amici, e sono sicuro di non sbagliare, se affermo che negli ultimi mesi alcuni vostri amici si sono allontanati o voi stessi vi siete allontanati da loro, e tutto questo per motivi ideologici o politici, come se questi fossero i valori sui quali era basata la vostra amicizia o relazione. Vero? La cultura del terrore e lo spauracchio di una epidemia terribile e mortale ha spostato l’asse dei nostri interessi, sia per l’altro e sia con l’altro. Il conflitto tra nazioni egemoni si è riversato nelle relazioni sociali e familiari. La lotta per il potere sta contagiando i nostri pensieri, i nostri modelli culturali; il tessuto sociale si sta cristallizzando in chi è pro e in chi è contro; ogni aspetto sociale sta divenendo una linea di confine, una trincea dove far sentire, sui social, come al lavoro, come al bar, la propria voce, il proprio modo di vedere. Questo è il vero virus di questa epoca: si chiama ego alla massima potenza. La paura di venir zittiti da una dittatura che mostra sempre piú il suo vero volto scuote le radici dell’ego; un ego che non potendo esprimersi verso chi lo sodomizza si rivolta contro i suoi simili. 

Uscire dalla matrix di questo gioco in cui nessuno perde e nessuno vince è l’unica alternativa possibile, proprio come ci racconta il computer del Norad nel film Wargames. Avere il coraggio di sospendere il giudizio sul nostro fratello piú prossimo è un atto di coraggio e di amore. Noi non possiamo analizzare queste dinamiche per trovare una strategia vittoriosa, poiché già questo aggettivo contiene l’involuzione verso l’autodistruzione. Vincere o perdere? Direbbe Otello. Continuare a lottare o uscire fuori dal ring? Terza via: imparare ad osservare. Se stessi, per primi. Se il mondo esterno è un riflesso del nostro mondo interno, allora il cattivo governo che abbiamo in parlamento, le insulse misure sanitarie che stiamo mettendo in atto, l’imposizione del distanziamento sociale e altre dolorose istanze del momento, fanno parte di noi, sono un nostro riflesso, non possiamo dichiararci innocenti o vittime, o tutti e due, e tirarci fuori dal gioco. Il salto Quantico, come direbbero i piú, sta nell’evoluzione del pensiero da un modello consumistico, finalizzato alla sola produzione del profitto economico, ad un modello aperto, il cui valore fondante è l’attenzione ad una ecologia mentale e spirituale e non al numero di cifre del conto in banca. Il rispetto per l’altro, solo per il fatto di indossare una mascherina, è quanto di piú subdolo si possa aver inculcato nella mente di molti. Tutto il resto, a partire dal piú semplice e umano dei convenevoli: “ciao, come stai”, passa in secondo piano, se non diviene addirittura un inutile orpello.

Questa affermazione-equazione, rispetto=mascherina, che sta assumendo una rilevanza psicologica importante nella relazione con l’altro, è, di fatto, se ne consideriamo gli effetti assolutisti nel definire buona o cattiva una determinata amicizia, un eccezionale sistema di selezione: l’indossare o meno la mascherina è divenuto un criterio di accettazione o di esclusione in un determinato gruppo. Questa dinamica di gruppo sta concretizzandosi, cinicamente, nell’avanzare della società verso una temibile disumanizzazione delle relazioni umane. Il processo è vecchio, non è nato certo il 9 marzo 2020; tutto il secolo scorso, come ben sappiamo, ha osannato la scienza e la sua figlia maggiore, la tecnologia, come il Santo graal per il bene dell’Uomo. Solo ora, peró, stiamo constatando quanto questa religione della scienza, sia, di fatto, uno strumento atroce di disintegrazione della Coscienza  e della sua sorella spirituale piú elevata: l’Essenza. 

Abbiamo fatto tanta strada, noi che ci vantiamo di aver percorso cammini spirituali e di crescita interiore in lungo e in largo, al seguito di maestri, guri, asceti, abbiamo mischiato dottrine e dogmi, sapere e conoscenze, culture di ogni parte del mondo e di ogni etnia per arrivare fin qui: ad una civiltà che promuove il transumanesimo come via del superamento dei limiti umani. Dichiarare aberrante questa prospettiva non rende l’atrocità del progetto. 

Mettere in campo le esperienze acquisite, spirituali e soteriologiche, invece, renderebbe merito al nostro cammino interiore fin qui percorso; purtroppo, anche in questo, stiamo fallendo per il semplice fatto che essere portatori di conoscenza non ci rende, automaticamente, capaci di agire con amore e per amore. Piú si discute, piú allarghiamo il campo d’indagine, e piú ci si accorge che, in tutti i campi, anche in quello cosiddetto spirituale, a causa di una innata incapacità di giungere ad una sintesi, abbiamo perpetrato, sistematicamente, lo stesso errore di sempre: la dualizzazione della realtà. Inoltre, nessuno, ancora, è immune dal peggiore nemico con cui ci tocca fare i conti: la paura. E mai lo saremo fino a quando ogni nostra azione sarà finalizzata alla conservazione della propria vita, al proprio status in questa vita, ai propri attaccamenti in questa vita. Forse, questo virus, inventato o meno che sia, reo di aver portato alla ribalta un argomento ormai desueto in questa superba e illuminata cultura occidentale, la signora morte, è andato oltre lo scopo prefissato; a prescindere se sia stato progettato per decimare l’umanità o per ridurla ad uno stato di sottomissione geopolitica, è riuscito a metterci di fronte allo squallore di questa civiltà, e, ripeto, ritornare a confrontarci con la piú grande energia trasformatrice che madre natura detiene: la morte. Infatti, caso mai ce ne fosse stato bisogno, dovevamo toccare per mano, proprio come sta accadendo, la nostra fragilità e la nostra impotenza di fronte ad un banale microrganismo e renderci conto di quanto tutta la tecnologia e la scienza tanto osannata, sia incapace di mantenere quelle promesse di benessere sociale di cui tanto si vanta. Non esiste rimedio che possa salvarci, se poi, come sta accadendo, da una parte inchiniamo diligentemente il capo a chiunque possegga uno scanner per la misurazione della temperatura corporea e, dall’altra, vediamo nell’altro, diverso da noi solo per un pensiero non allineato o per un comportamento non conforme, il nemico da cui difenderci.

Questo amore su cui intendo riportare l’attenzione, lungi dal considerarlo come un’entità astratta o un mero concetto figlio di un deleterio buonismo intellettuale, impernia e incarna la natura stessa dell’universo e, molto probabilmente, questo amore è quella energia che tutto move e a cui tutto torna. Non sarebbe neanche tanto azzardato, viste le falle del dualismo imperante, immaginare che questa terza via, quella che percorreranno coloro che si dichiareranno fuori dalla matrix, sarà la strada per una nuova speciazione. La natura, in barba alle piú consolidate teorie evoluzionistiche, potrebbe abbandonare il progetto dell’homo sapiens sapiens e dell’homo tecnologicus, ritenuti non piú idonei al progetto creativo dell’Amore, e dirigere le sue attenzioni all’Homo Divinus. Chissà che non sia questa l’apocalisse che ci attende. 

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